Il complesso di Capo di Bove

Il complesso di Capo di Bove

Planimetria di Capo BoveNel gennaio 2002 il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, su proposta della Soprintendenza Archeologica di Roma, ha acquistato la proprietà esercitando il diritto di prelazione sul bene vincolato. La rilevanza archeologica del sito era già evidente dai resti di alcune strutture murarie antiche e un mosaico bianco e nero, inediti, e per la loro ubicazione sul margine della Via Appia, in uno dei tratti di maggiore rilevanza storica e archeologica della strada. I lavori nell’area di circa 8500 mq sono iniziati dalla fine del 2002 con scavi archeologici, ricerche d’archivio e recupero dell’edificio minore, per una prima accoglienza del pubblico; l’edificio principale (in corso di ristrutturazione) è destinato a ospitare il Centro di Documentazione dell’Appia, dedicato ad Antonio Cederna, in collaborazione con la Sovraintendenza del Comune di Roma e Italia Nostra e  l’Archivio di Antonio Cederna, recentemente donato allo Stato dalla famiglia.

Cenni storici

Carta catastale di Capo BoveLa proprietà, situata a 450 metri dal Mausoleo di Cecilia Metella e a 250 metri dal limite delle mura del Castrum Caetani, nel II sec. d. C. era già di pertinenza del Pago Triopio, la vasta tenuta agricola di Erode Attico, dai confini ancora non chiari, che l’illustre personaggio, marito della nobile Annia Regilla, precettore di Marco Aurelio e Lucio Vero, rese celebre per i monumenti, in parte ancora conservati nella Valle della Caffarella. In questo tratto e a seguire, la strada, percorsa in antico da traffici intensi, era caratterizzata da numerosissimi monumenti funerari alternati a vasti complessi residenziali e tenute agricole. In età medievale la zona apparteneva al “Casale di Capo di Bove e di Capo di Vacca”, acquistato nel 1302 dal Cardinale Francesco Caetani, nipote di papa Bonifacio VIII, fondatore del Castrum costruito a ridosso del mausoleo di Cecilia Metella. L’organismo del Casale, anche dopo la trasformazione in fortilizio, mantenne le caratteristiche agricole “..con tutte le difese, le vigne, i vivai, ...”che rimasero tali fino ai tempi recenti. Il toponimo “Capo di Bove” è originato dai bucrani che ancora oggi ornano il fregio posto alla sommità del sepolcro di Cecilia Metella. Nel 1660 l’area, censita nel Catasto Alessandrino, era parte del “Casale di Capo di Bove Grande”, di proprietà dell’Ospedale del SS. Salvatore ad Sancta Sanctorum; nel 1709 l’Ospedale la concesse in enfiteusi perpetua a Pietro de’ Vecchi, nell’ambito di una “Vigna” più vasta. Nel Catasto Pio Gregoriano (1812-1835) la proprietà è del Monastero di S. Paolo fuori le Mura, l’edificio principale è censito come “casa ad uso della vigna” L’area, in proprietà privata dal 1870,  ha mantenuto l’uso agricolo fino al 1945,  momento in cui è avvenuta la trasformazione per l’uso residenziale. L’aspetto della proprietà al momento dell’acquisizione da parte dello Stato era coerente all’uso di residenza privata, con giardini, viali d’ingresso, piscina e dependance. Per la nuova funzione pubblica sono stati eliminati tutti gli aspetti legati alle esigenze residenziali e sono state riportate alla luce le strutture archeologiche. E’ stato aggiunto così un ulteriore, importante tassello alla conoscenza storica del territorio dell’Appia.

Lo scavo: un impianto termale

Area degli scaviLo scavo archeologico ha portato alla scoperta di un impianto termale inedito la cui prima fase costruttiva si data alla metà del II secolo d.C. La struttura era con ogni probabilità di proprietà privata ad uso di una villa o di un gruppo di persone facenti capo ad una corporazione o ad un collegium che frequentava la zona. Il ritrovamento di una lastra di marmo, riutilizzata nel pavimento, con l’iscrizione a caratteri greci che menziona Annia Regilla, consorte di Erode Attico, definita secondo la formula ΤO ΦΩC ΤΗC ΟΙΚΙΑC (= luce della casa), potrebbe indurre a credere che l’impianto possa essere pertinente ai vasti possedimenti che Erode Attico aveva nella zona proprio nella metà del II secolo. Il complesso termale fu utilizzato almeno fino al IV secolo, come attestano la tipologia delle murature ed i materiali archeologici recuperati (ceramica, monete, bolli laterizi, lucerne). Il ritrovamento di mosaici, di numerosi frammenti di marmi policromi, alcuni ancora in situ, e di porzioni di intonaco dipinto rivela la particolare  eleganza e raffinatezza degli ambienti L’ingresso principale dell’impianto termale doveva probabilmente aprirsi, in forme monumentali, lungo la via Appia; da qui si accedeva agli spogliatoi, di cui si conservano le pavimentazioni a mosaico con disegno geometrico bianco e nero. Lasciati i propri abiti, presi asciugamano e sandali ed oramai lontani dal frastuono della strada, i frequentatori delle terme accedevano ai vari ambienti,  frigidarium, tepidaria, calidarium. L’itinerario, percorso anche a ritroso, poteva essere arricchito con una sosta nella sudatio, dove era possibile farsi massaggiare il corpo o completato da una rigenerante sauna nel laconicum. All’approvvigionamento idrico contribuivano due grandi cisterne su una delle quali è stata impiantata la villa; lo smaltimento delle acque avveniva attraverso un complesso ed ingegnoso impianto fognario di cui lo scavo archeologico ha portato in luce alcuni tratti perfettamente conservati. Nell’area sono stati rinvenuti, fra l’altro anche oggetti minuti che era facile smarrire in un simile contesto, come un dado da gioco in osso, una spatola in bronzo per il trucco femminile, aghi crinali in osso per le acconciature delle signore e monete in bronzo.

L’edificio principale

L'edificio principaleL’edificio, censito già nel Catasto Pio Gregoriano (1812-1835) come “casa ad uso della vigna” nella forma di una croce sfalsata, è impostato su una cisterna romana a due vani: il vano inferiore è perfettamente conservato e presenta ancora ampie parti dell’intonaco idraulico (cocciopesto); del vano superiore, quasi completamente distrutto, sono visibili le parti utilizzate per “ammorsare” le murature delle fasi successive, a partire, probabilmente, dall’alto medioevo quando l’area entrò a far parte del Patrimonium Appiae Suburbanum   di proprietà ecclesiastica per lo sfruttamento agricolo del territorio. La trasformazione della proprietà da rustica a “residenza di lusso” ha determinato dal 1945 al 1963 trasformazioni e ampliamenti: aumenti di volumetria, dependance, piscina, giardino. Nell’ambito di queste trasformazioni, con un gusto estroso, il paramento murario dell’edificio è stato realizzato come una rivisitazione della tecnica “spolia” diffusa in epoca medievale utilizzando interamente reperti antichi recuperati dalla distruzione di diversi monumenti (mattoni, elementi architettonici e decorativi, sarcofagi, transenne, battelli). Per l’importanza di questi reperti l’edificio si configura esso stesso come una “mostra”.  La nuova sistemazione a giardino ha tenuto conto innanzitutto delle emergenze archeologiche. Il precedente viale rettilineo, che si sovrapponeva alla parte centrale dello scavo, è stato sostituito da un tracciato ad andamento serpentino. Il nuovo assetto è basato essenzialmente su tre punti: rispetto di tutte le alberature esistenti, eliminazione della vegetazione infestante, arricchimento cromatico del quadro figurativo con l’utilizzo di cespugli fioriferi.

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pubblicato il 2012/07/25 10:57:18 GMT+2 ultima modifica 2012-07-25T12:57:00+02:00

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