Le mummie di Roccapelago (XVI-XVIII sec.): vita e morte di una piccola comunità dell'Appennino modenese

Le mummie di Roccapelago (Mo) sono state le protagoniste di una mostra allestita nel luogo del ritrovamento (22 luglio -14 ottobre 2012). Lo studio dei resti racconta usi, costumi, religiosità, abitudini e malattie di una collettività di contadini di montagna

Una delle più singolari scoperte archeologiche degli ultimi anni è stata protagonista della mostra allestita nel museo e nella Chiesa di Roccapelago, nell’Alto Frignano modenese. Una fossa comune con 281 inumati, di cui circa 60 mummificati, sepolti dalla metà del Cinquecento alla fine del Settecento, che un fortunato mix di ventilazione e clima asciutto ha conservato fino ad oggi, restituendoci i morti di un’intera comunità.

Un eccezionale ritrovamento

Li avevano trovati nel gennaio 2011 durante i restauri della chiesa. Scoperchiato il soffitto della cripta, era apparsa una piramide di corpi accatastati uno sull’altro, una montagna di ossa, pelle, tendini e capelli ancora avvolti in sacchi-sudari, con camice, calze, cuffie e piccoli oggetti d’uso quotidiano.

La mostra curata, da Giorgio Gruppioni e Donato Labate, ha esposto 13 di quelle mummie e circa 150 tra i reperti più significativi rinvenuti nello scavo, cercando di raccontare la vita di quell’umile gente, una piccola comunità montana di 40, 50 individui al massimo, uomini e donne in egual misura, vissuti abbarbicati sul loro cocuzzolo, a 1095 metri di altitudine.
Studiando i loro resti, esperti di tessuti e devozione religiosa, archeologi, antropologi e genetisti stanno ricostruendo la loro vita, scoprendo le abitudini dei contadini, le vesti intime, i modi di sepoltura, la dieta e le carenze alimentari, le malattie, i traumi e i tentativi di cura. Per una volta la storia accantona i potenti e dà volto e voce a tante creature passate anonime nel dramma della vita.

L'IBC ha contribuito allo studio dei tessuti  promuovendo il restauro, coordinato da Iolanda Silvestri e Marta Cuoghi Costantini, di una veste funebre, una cuffia e un paio di calze a cura dalla ditta RT Restauro Tessile di Albinea (RT). Oltre al restauro, Costantino Ferlauto del laboratorio fotografico dell'Istituto ha collaborato alla campagna fotografica di rilevamento delle mummie con attenzione all’apparto vestimentario. Parte dell'arredo tessile ritrovatoè stato successivamente oggetto di una mostra presso i Musei civici di Modena.

L’analisi degli indumenti è di per sé eccezionale: secondo Thessy Schoenholzer Nichols, che ha esaminato i tessuti, di solito si  studiano gli abiti di personaggi  di alto rango, se non di veri e propri regnanti, è raro poterlo fare con le vesti dei contadini di 3-5 secoli fa, incluse quelle di un bambino.   Le mummie di Roccapelago consentono non solo di studiare i tipi di fibre, tessuti, fogge, cuciture e decorazioni utilizzati dalla povera gente ma di poterlo fare su indumenti in fibra vegetale (canapa e lino) che sono sempre i primi a deteriorarsi. L’abbigliamento comune è composto principalmente da una camicia e un sudario, quasi sempre di lino, e un paio di calze, esclusivamente di lana; rara la presenza di tessuti di pregio, come la seta ed il velluto, usati solo per due cuffie. Calze, camicie e sudari sono realizzati con materie prime locali, filate e tessute sul posto. Le camicie erano usate per molti anni, forse per tutta la vita adulta: lo denunciano le tante riparazioni con toppe anche sovrapposte che le ricoprono in ogni parte, dallo scollo all’orlo. La miseria non impediva comunque alle contadine di aggiungere dettagli vezzosi come piccoli ricami o merletti a fuselli realizzati in casa.
Le informazioni più struggenti vengono dalle cure applicate alle salme, amorevolmente preparate dai propri cari prima dell’inumazione. I capelli delle donne erano acconciati con trecce e chignon o raccolti in cuffie, le mani intrecciate in atto di preghiera o adagiate sull’addome, i polsi e le caviglie legati per mantenerli uniti, i menti fasciati per evitare che la bocca si spalancasse. Come nei giorni di festa, le si adornava con anelli, orecchini, collane o bracciali, gioielli semplici, in linea con il tenore di vita della comunità, mai in metallo prezioso. Estremamente toccante il recupero di una fede ancora calzata a eterno simbolo dell’amore di una vita. Tantissime le medaglie votive, riposte tra le pieghe degli abiti o in appositi sacchetti: tra le iconografie ricorrenti l’effige di Sant’Emidio, protettore dai terremoti, la Vergine dei sette dolori, rappresentata con sette spade conficcate nel cuore, e la Madonna di Loreto, riprodotta anche su un pezzo di stoffa. Singolare il ritrovamento di una rara lettera di rivelazione che accompagnava la salma di Maria Ori, una sorta di contratto  con Dio che “garantiva” protezione e grazie in cambio di preghiere.
Un dado da gioco trovato tra i corpi rimanda a serate di svago in piacevole compagnia ma in generale, secondo gli antropologi, la vita degli abitanti di Roccapelago era durissima. Lo attestano le fratture e le patologie all’anca e alla colonna vertebrale che raccontano di trasporti di carichi pesanti su terreni ripidi e impervi, lo dicono i traumi, muti testimoni di scontri violenti se non mortali. Tra le donne diffusa l’osteoporosi (forse per le tante gravidanze e i lunghi allattamenti) mentre in tutti è evidente l’usura e la perdita dei denti, legata al consumo di alimenti (segale, crusca, castagne, noci) poco adatti a preservare la dentatura. Altissima la mortalità delle giovani donne (falcidiate dai parti) e degli infanti dal primo anno di vita fino ai 6/7 anni; chi però varcava i vent’anni, soprattutto se uomo, poteva anche arrivare a un’età abbastanza avanzata per l’epoca, come attestano le numerose sepolture senili.

La mostra era promossa da Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna, Laboratorio di Antropologia di Ravenna - Dipartimento di Storie e Metodi per la Conservazione dei Beni Culturali (Università di Bologna), Comune di Pievepelago e Associazione Pro Rocca in collaborazione con Accademia "lo Scoltenna", Comunità Montana del Frignano, Istituto per i Beni Artistici, Culturali e Naturali della Regione Emilia-Romagna, Musei Civici di Modena, Fondazione Centro Conservazione e Restauro "La Venaria Reale", Parrocchia di Roccapelago, Provincia di Modena e Ufficio Diocesano per i Beni Culturali Ecclesiastici, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena e il contributo dell’IBC, dell'Agenzia Onoranze Funebri Gianni Gibellini di Modena e del CNA di Modena.

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pubblicato il 2020/01/02 10:52:12 GMT+2 ultima modifica 2020-01-02T10:52:15+02:00

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