Le mummie di Roccapelago (XVI-XVIII sec.): vita e morte di una piccola comunità dell'Appennino modenese

A 18 mesi dall’eccezionale scoperta, le mummie di Roccapelago (Mo) sono le protagoniste di una mostra allestita nel luogo del ritrovamento dal 22 luglio al 14 ottobre 2012. Lo studio dei resti racconta usi, costumi, religiosità, abitudini e malattie di una collettività di contadini di montagna.

Dettagli dell'evento

Quando

dal 22/07/2012 alle 00:00
al 14/10/2012 alle 00:00

Dove

Roccapelago (Mo)

Recapito telefonico per contatti

Aperture straordinarie su prenotazione 0536.71890 e 329.3814897

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Una delle più singolari scoperte archeologiche degli ultimi anni è protagonista della mostra allestita fino al 14 ottobre 2012 nel museo e nella Chiesa di Roccapelago, nell’Alto Frignano modenese. Una fossa comune con 281 inumati, di cui circa 60 mummificati, sepolti dalla metà del Cinquecento alla fine del Settecento, che un fortunato mix di ventilazione e clima asciutto ha conservato fino ad oggi, restituendoci i morti di un’intera comunità.
All'inaugurazione domenica 22 luglio 2012, alle 17, partecipano:
Corrado Ferroni Sindaco di Pievepelago
Filippo Maria Gambari  Soprintendente per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna
Giorgio Gruppioni  Direttore del Laboratorio di Antropologia di Ravenna (Università di Bologna)
Laura Carlini  Responsabile del Servizio Musei di IBC
Stefania Cargioli  Consigliere di Amministrazione della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena
Seguiranno visite guidate alla mostra condotte da Donato Labate, Vania Milani, Mirko Traversari e Barbara Vernia.

Un eccezionale ritrovamento
Li avevano trovati nel gennaio 2011 durante i restauri della chiesa. Scoperchiato il soffitto della cripta, era apparsa una piramide di corpi accatastati uno sull’altro, una montagna di ossa, pelle, tendini e capelli ancora avvolti in sacchi-sudari, con camice, calze, cuffie e piccoli oggetti d’uso quotidiano.
Ora una mostra curata da Giorgio Gruppioni e Donato Labate espone 13 di quelle mummie e circa 150 tra i reperti più significativi rinvenuti nello scavo, cercando di raccontare la vita di quell’umile gente, una piccola comunità montana di 40, 50 individui al massimo, uomini e donne in egual misura, vissuti abbarbicati sul loro cocuzzolo, a 1095 metri di altitudine.
Studiando i loro resti, esperti di tessuti e devozione religiosa, archeologi, antropologi e genetisti stanno ricostruendo la loro vita, scoprendo le abitudini dei contadini, le vesti intime, i modi di sepoltura, la dieta e le carenze alimentari, le malattie, i traumi e i tentativi di cura. Per una volta la storia accantona i potenti e dà volto e voce a tante creature passate anonime nel dramma della vita.
mummiaL'IBC ha contribuito allo studio dei tessuti  promuovendo il restauro, coordinato da Iolanda Silvestri e Marta Cuoghi Costantini, di una veste funebre, una cuffia e un paio di calze a cura dalla ditta RT Restauro Tessile di Albinea (RT). Oltre al restauro Costantino Ferlauto del laboratorio fotografico dell'Istituto ha collaborato alla campagna fotografica di rilevamento delle mummie con attenzione all’apparto vestimentario. Parte dell'arredo tessile ritrovato sarà oggetto in autunno di una mostra ai Musei civici di Modena.
L’analisi degli indumenti è di per sé eccezionale: secondo Thessy Schoenholzer Nichols, che ha esaminato i tessuti, di solito si   studiano gli abiti di personaggi   di alto rango, se non di veri e propri regnanti, è raro poterlo fare con le vesti dei contadini di 3-5 secoli fa, incluse quelle di un bambino.   Le mummie di Roccapelago consentono non solo di studiare i tipi di fibre, tessuti, fogge, cuciture e decorazioni utilizzati dalla povera gente ma di poterlo fare su indumenti in fibra vegetale (canapa e lino) che sono sempre i primi a deteriorarsi. L’abbigliamento comune è composto principalmente da una camicia e un sudario, quasi sempre di lino, e un paio di calze, esclusivamente di lana; rara la presenza di tessuti di pregio, come la seta ed il velluto, usati solo per due cuffie. Calze, camicie e sudari sono realizzati con materie prime locali, filate e tessute sul posto. Le camicie erano usate per molti anni, forse per tutta la vita adulta: lo denunciano le tante riparazioni con toppe anche sovrapposte che le ricoprono in ogni parte, dallo scollo all’orlo. La miseria non impediva comunque alle contadine di aggiungere dettagli vezzosi come piccoli ricami o merletti a fuselli realizzati in casa.
Le informazioni più struggenti vengono dalle cure applicate alle salme, amorevolmente preparate dai propri cari prima dell’inumazione. I capelli delle donne erano acconciati con trecce e chignon o raccolti in cuffie, le mani intrecciate in atto di preghiera o adagiate sull’addome, i polsi e le caviglie legati per mantenerli uniti, i menti fasciati per evitare che la bocca si spalancasse. Come nei giorni di festa, le si adornava con anelli, orecchini, collane o bracciali, gioielli semplici, in linea con il tenore di vita della comunità, mai in metallo prezioso. Estremamente toccante il recupero di una fede ancora calzata a eterno simbolo dell’amore di una vita. Tantissime le medaglie votive, riposte tra le pieghe degli abiti o in appositi sacchetti: tra le iconografie ricorrenti l’effige di Sant’Emidio, protettore dai terremoti, la Vergine dei sette dolori, rappresentata con sette spade conficcate nel cuore, e la Madonna di Loreto, riprodotta anche su un pezzo di stoffa. Singolare il ritrovamento di una rara lettera di rivelazione che accompagnava la salma di Maria Ori, una sorta di contratto   con Dio che “garantiva” protezione e grazie in cambio di preghiere.
Un dado da gioco trovato tra i corpi rimanda a serate di svago in piacevole compagnia ma in generale, secondo gli antropologi, la vita degli abitanti di Roccapelago era durissima. Lo attestano le fratture e le patologie all’anca e alla colonna vertebrale che raccontano di trasporti di carichi pesanti su terreni ripidi e impervi, lo dicono i traumi, muti testimoni di scontri violenti se non mortali. Tra le donne diffusa l’osteoporosi (forse per le tante gravidanze e i lunghi allattamenti) mentre in tutti è evidente l’usura e la perdita dei denti, legata al consumo di alimenti (segale, crusca, castagne, noci) poco adatti a preservare la dentatura. Altissima la mortalità delle giovani donne (falcidiate dai parti) e degli infanti dal primo anno di vita fino ai 6/7 anni; chi però varcava i vent’anni, soprattutto se uomo, poteva anche arrivare a un’età abbastanza avanzata per l’epoca, come attestano le numerose sepolture senili.
“Questa mostra –sottolinea il soprintendente Filippo Maria Gambari- è un primo passo verso la ricostruzione della storia antropologica e bioculturale della piccola comunità che viveva in questa località e per lo studio dei processi microevolutivi delle popolazioni umane e del loro rapporto con l’ambiente e le risorse.

La mostra è promossa da Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna, Laboratorio di Antropologia di Ravenna - Dipartimento di Storie e Metodi per la Conservazione dei Beni Culturali (Università di Bologna), Comune di Pievepelago e Associazione Pro Rocca in collaborazione con Accademia "lo Scoltenna", Comunità Montana del Frignano, Istituto per i Beni Artistici, Culturali e Naturali della Regione Emilia-Romagna, Musei Civici di Modena, Fondazione Centro Conservazione e Restauro "La Venaria Reale", Parrocchia di Roccapelago, Provincia di Modena e Ufficio Diocesano per i Beni Culturali Ecclesiastici, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena e il contributo dell’IBC , dell'Agenzia Onoranze Funebri Gianni Gibellini di Modena e del CNA di Modena.


La Chiesa di Roccapelago
pieve di roccapelagoLa Chiesa della Conversione di San Paolo Apostolo, a Roccapelago, sorge su uno sperone roccioso elevato, con una sola via d’accesso, che fu sfruttato tra il 1370 e il 1400 per insediarvi una fortezza presidiata da Obizzo da Montegarullo, uno dei più potenti signori del Frignano, che alla fine del XIV secolo si ribellò al dominio agli Estensi. Sul finire del Cinquecento, quando ormai il complesso militare era in disuso, una parte della rocca fu riadattata per realizzare una chiesa parrocchiale che raggiunse la massima giurisdizione territoriale nel XVII secolo. Dal 2008 al 2011, il complesso è stato oggetto di un importante lavoro di restauro architettonico. I lavori sono stati preceduti da controlli archeologici condotti sul campo dall’archeologa Barbara Vernia e dagli antropologi Vania Milani e Mirko Taversari, sotto la direzione scientifica degli archeologi Donato Labate, Luigi Malnati e Luca Mercuri della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna.

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Presentazione a cura di Donato Labate

Info pratiche:

Roccapelago di Pievepelago (Mo)
Museo "Sulle orme di Obizzo di Montegarullo”
e Chiesa della Conversione di San Paolo

orari:
luglio e settembre: tutti i giorni 16-19
agosto: tutti i giorni 10,30-12,30 e 16-19
ottobre: sabato 15-18 e domenica 10,30-12,30 e 15- 18
Ingresso gratuito

 

Ulteriori informazioni su questo evento…

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Pubblicato il 26/07/2012 — ultima modifica 08/05/2013
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